Lug 20, 2020
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Arte primitiva, alla scoperta di sculture e pitture rupestri

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L’arte primitiva è la più antica forma di rappresentazione artistica mai creata.

Gli uomini preistorici ci hanno lasciato numerosi reperti della loro civiltà. Queste creazioni sono anche dette rupestri, in quanto incise, dipinte o scolpite sulle pareti di grotte e caverne.

Si tratta di un’arte povera ma non priva di ingegno. Le prime, crude rappresentazioni di scene di caccia sono uno spaccato della vita quotidiana dell’uomo primitivo.

Per questo è sbagliato sottovalutare l’importanza dell’arte preistorica. Gli strumenti e le tecniche sono ancora agli albori, ma la spinta creativa è inarrestabile. E le testimonianze catturate su roccia hanno gettato una nuova luce sul nostro passato.

Le forme d’arte del paleolitico hanno dato origine a tutte le correnti artistiche successive. Molte di queste hanno influenze anche importanti sull’arte contemporanea. E’ il caso, ad esempio, di graffiti e bassorilievi, o perfino dei murales. Anche le statuette votive anticipano la scultura religiosa dei secoli a venire.

Ma quali sono state le principali manifestazioni artistiche della preistoria? E com’era l’arte ai tempi dell’età del Bronzo?

Arte primitiva e incisioni rupestri

L’arte primitiva si esprime dapprima con le incisioni rupestri. Ancora oggi possiamo ammirarle nelle grotte e nelle caverne più famose del modo.

Queste creazioni artistiche ante-litteram sono una testimonianza dal grande valore antropologico. Le incisioni rappresentano l’evolversi della cultura e della civiltà preistorica. Quando non esistevano ancora forme verbali scritte, l’uomo preistorico raccontava il mondo per immagini.

Incisioni rupestri di una scena di caccia

In quest’incisione rupestre i cacciatori inseguono dei cervi

Le scene raffigurate spesso facevano parte della vita quotidiana. Non è un caso se fra i soggetti più frequenti ricorrono le battute di caccia. Le figure umane e le loro armi sono estremamente stilizzate, di impatto immediato.

Più ricche di particolari erano invece le prede. Bisonti, cervi, alci, mandrie di erbivori e perfino giraffe potevano sfamare un’intera tribù. Gli animali da preda erano un simbolo di buon auspicio, specialmente in periodo di carestia.

Da qui la necessità di incisioni più dettagliate. Le figure incise nella roccia esprimevano trionfi, desideri e traguardi. Quindi era necessario che catturassero le caratteristiche più importanti degli animali. Ad esempio pelo folto, grandi dimensioni, zanne e artigli con cui fronteggiarsi.

L’uomo primitivo incideva queste scene con scalpelli ricavati da stalattiti. Successivamente, svilupperà nuovi strumenti più pratici e versatili.

Le “Veneri” preistoriche e il culto della fertilità

Altrettanto iconiche sono le Veneri paleolitiche o steatopigie (“dalle grosse natiche”). Queste statuette potrebbero rappresentare la prima forma di arte sacrale mai realizzata.

Ma non solo. Le Veneri sono infatti il primo tentativo di raffigurare il corpo umano. I soggetti femminili sono scolpiti con sorprendente ricchezza di dettagli. Gli attributi sessuali come seno, ventre e natiche sono esasperati, larghi e debordanti.

Al contrario, il viso spesso è appena sbozzato, se non del tutto assente. Mancano le fattezze e qualsiasi tentativo di conferire espressività. Anche gli arti sono molto stilizzati. Ciascuna statuetta misura un massimo di 4 cm.

Arte primitiva, le Veneri preistoriche

Le Veneri sono una forma di arte primitiva sacrale

Le Veneri sono una forma d’arte molto comune nel Paleolitico. Sculture analoghe sono state ritrovate in Europa, Marocco, Siria e perfino in Siberia.

Il loro significato è ambiguo. Probabilmente si trattava di statuette votive che invocavano prosperità. La donna, con il ventre voluminoso e i fianchi larghi, incarna la fecondità e la gravidanza. Le statuette sarebbero insomma un simbolo di buon auspicio. Non relativo solamente alla nascita di figli, ma ad esempio per un raccolto abbondante o una caccia di successo.

Secondo un’altra scuola di pensiero, le statuette rappresenterebbero una divinità primordiale femminile. L’essenza del concepimento era raffigurata nelle forme rigonfie della donna “fertile”. Le Veneri avrebbero quindi rappresentato una dea che, in quanto madre, era portatrice di vita.  L’uomo primitivo probabilmente identificava la forza creatrice dell’universo con la donna gravida, simbolo di nuova vita.

In generale, la cultura preistorica è molto influenzata dai concetti di ciclo vitale e fertilità. In questo periodo vengono scolpite anche delle statuette di forma fallica. La virilità maschile probabilmente era a sua volta identificata con la spinta vitale a perpetrare la specie. Tuttavia, il risalto maggiore veniva dato alla donna-madre, il futuro della tribù.

Le impronte delle mani e il concetto di sé

L’uomo primitivo prova un grande fascino anche nei confronti delle mani. Nell’impronta delle cinque dita si esprime il concetto di sé e l’affermazione dell’io. L’uomo si identifica con le caratteristiche che lo elevano dagli altri animali. Nello stesso tempo, ricerca un’individualità sempre maggiore.

Le impronte delle mani in negativo sono presenti in numerose grotte. La tecnica del negativo si fa generalmente risalire al Neolitico. Questa forma di arte primitiva non è priva di ingegno e creatività.

Gli uomini preistorici ricavavano i pigmenti colorati da foglie, bacche e fiori. Macinandoli, riuscivano a ottenere polveri colorate dalla grana molto fine. Quindi appoggiavano la mano sinistra alla parete di roccia e soffiavano la polvere e i pigmenti.

Le impronte in negativo

La polvere e i pigmenti venivano soffiati sulla parete della roccia per lasciare un’impronta della mano

Pare che almeno inizialmente gli uomini primitivi masticassero la polvere. Successivamente, svilupparono degli appositi utensili per soffiarla. Questa forma d’arte rappresenterà, per molti aspetti, l’antesignano dell’aerografo.

In Argentina, nella Cueva de las Manos di Santa Cruz, possiamo ammirare innumerevoli impronte ottenute con questo procedimento.

Le dimensioni delle mani sono piuttosto piccole. Gli archeologi hanno ipotizzato che l’impronta colorata potesse essere un rito di passaggio. I ragazzi avrebbero cioè lasciato un marchio tangibile non appena raggiunta l’età adulta.

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Storia dell'Arte

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